America’s Cup 2017: scommesse vela recap

A 17 anni di distanza dall’ultima conquista dell’America’s Cup, la Nuova Zelanda è tornata ad alzare il trofeo nel mare di Bermuda, e l’ha fatto nella maniera più roboante possibile. Lo score finale con cui i kiwi dell’ Emirates Team si sono portati a casa la coppa è stato infatti di 7-1 sui rivali statunitensi del Team Oracle: un punteggio che sa di lezione da qualsiasi parte la si guardi, anche da punto di vista morale date le polemiche che hanno preceduto l’edizione meno seguita degli ultimi anni. Quello che si è disputato al largo dell’isola dell’Atlantico lo scorso Giugno è stato l’atto finale di una coppa mai così poco attesa, disertata anzi da diversi equipaggi che hanno dato forfait riducendo il numero di partecipanti iniziali: nelle acque territoriali britanniche si sono infatti presentati solo in cinque, sei se contiamo anche gli ormai ex detentori statunitensi. Da una caduta non ci si può che risollevare, e mai come oggi le circostanze impongono di guardare al futuro con rinnovato entusiasmo. La prossima competizione fissata ufficiosamente in calendario per il 2021 interesserà infatti da vicino velisti e appassionati italiani, dal momento che all’ America’s Cup Luna Rossa sarà la sfidante dell’equipaggio neozelandese. Appuntamento quindi tra quattro anni nelle lontane acque del golfo di Hauraki, nei pressi di Auckland, ma prima ripercorriamo le tappe che hanno portato i prossimi padroni di casa sul tetto del Mondo.

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Le tappe verso la finale di America’s Cup 2017

Il cammino che ha preceduto l’ultimo atto dell’ormai ultracentenario appuntamento sui mari, giunto quest’anno all’edizione numero 35 dell’America’s Cup, è stato qualcosa più di una formalità per i neozelandesi. Nel bel mezzo dell’Atlantico si sono presentati come detto solo cinque equipaggi: i britannici di Land Rover BAR, i francesi del Team Groupama, gli svedesi di Artemis Racing, i giapponesi di Softbank, e come detto il Team Emirates NZ.

Prima ancora di dare il via al challenger per decretare lo sfidante dei detentori dell’America’s Cup, vale a dire il Team Oracle USA, i dibattiti circa le nuove regole introdotte l’avevano già fatta da padrone. Se nelle edizioni passate l’equipe campione uscente non aveva modo di entrare in gioco prima della finalissima, alle Bermuda si è assistito alla tecnologia nordamericana messa a disposizione delle spedizioni francese e giapponese. Lo scopo, facile da immaginare, era quello di testare le attrezzature da gara su equipaggi senza reali possibilità di arrivare a giocarsi il titolo al fine di ampliare conoscenze per presentarsi quindi ai blocchi di partenza con un vantaggio strategico. Oltre a questo c’è da ricordare poi tutte le modifiche introdotte al nuovo assetto di gara dei catamarani, la possibilità di accumulare l’energia per ripartire col massimo della propulsione, l’eterno dibattito circa la percentuale di componenti di altre nazionalità per ogni equipaggio, etc. Discorsi che non hanno mai smesso di essere ripresi prima e durante le gare, anche se poi, come logica vuole, alla fine a parlare è stato il verdetto ultimo della competizione in acqua.

Se il Team Groupama e Softbank non avevano come detto grandi speranze di vittoria, è altrettanto vero che i grandi sconfitti dell’edizione 2017 dell’America’s Cup sono stati i britannici. Forte di un ingente investimento e sponsorizzazioni per oltre 100 milioni di sterline per sostenere la spedizione, l’avventura di sir Ben Ainslie era stata pianificata per raccogliere tutt’altri risultati, viste anche le dichiarazioni a mezzo stampa su come i tempi fossero ormai maturi per portare la coppa in Gran Bretagna. Visti soprattutto i risultati ottenuti nel corso delle World Series 2016, quando l’equipaggio di Sua Maestà era riuscito ad imporsi su tutti affermando la propria candidatura per l’anno a venire. Eppure, nemmeno il comando delle operazioni affidato a un vincente come Ainslie è riuscito a invertire la rotta: un crollo dovuto anche a un team non sufficientemente collaudato – assieme da tre anni – che ha visto la nave cedere ai neozelandesi con un secco 5-2. Si può dire che, nonostante il passivo, quella patita contro l’avversario più in forma sia stata una sconfitta onorevole considerato come è maturata, e soprattutto come i britannici hanno venduto cara la pelle di fronte a un rivale ben più attrezzato. Un recupero di 300 metri che è coinciso con il primo punto (da situazione di 3-0 per Emirates NZ), e una gara condotta sempre in testa per la seconda vittoria nel testa a testa (accorciando 4-2) prima di inchinarsi definitivamente ad un team ben più sciolto in condizioni di scarso vento. Un epilogo che ancora una volta non ha sorriso ai britannici, e che allunga così la striscia di delusioni inanellate senza interruzioni dal lontano 1851 – anno della prima edizione tenutasi all’Isola di Wight, persa contro gli Stati Uniti.

Dall’altra parte del tabellone ha ben figurato l’equipaggio nipponico di Softbank Japan, che si è trovato a sfidare i più quotati svedesi e ha concesso l’onore delle armi al termine di una serie a tratti davvero palpitante, in cui gli asiatici si sono anche trovati a condurre per 3 lunghezze a 1. Nessuna sorpresa, però, quando il Team Artemis ha staccato il pass per la finale sfidanti al termine di una rimonta che ha rispettato i pronostici. L’avventura della Svezia in America’s Cup è durata fino Il 12 giugno, quando è uscito il nome del vincitore del Challenger: non senza qualche affanno sono stati i kiwi di Peter Burling e Glenn Ashby a farla da padrone con un nuovo 5-2. I neozelandesi hanno mostrato una certa fragilità durante le fasi di partenza, trovandosi per ben sei volte in altrettante gare nella situazione di dover rincorrere alla seconda boa; la grande forza d’animo e muscoli all black ha avuto però la meglio sull’orgogliosa spedizione scandinava, che ha pagato in velocità. Il minimo vantaggio di 2-1 al termine delle prime tre regate ha sottolineato la situazione di incertezza che si è vissuta in diversi momenti della qualificazione, quando il Team Emirates si è trovato a fronteggiare situazioni a rischio figlie di errori tecnici e tatticismi approssimativi, dilapidando in qualche caso anche importanti vantaggi in termini di secondi. La sfida non poteva che essere affascinante, dal momento che al timone dei rispettivi equipaggi c’erano due medaglie per parte collezionate nelle ultime due edizioni delle Olimpiadi. Mentre Team Oracle assisteva a certi zoppicamenti e incertezze mostrate dal catamarano griffato Emirates nella finale del Challenger, risolta come detto in favore di Emirates, si è approdati alla settimana decisiva del 17-26 Giugno.

L’ America’s Cup torna ad Auckland

In piena epoca degli equipaggi multinazionali, quello neozelandese si è presentato forte di una brillante preparazione tattica che ha visto diversi cervelli “prestati” alla causa kiwi, e assemblati in un gruppo di lavoro che ha anche visto la presenza di un contingente italiano – in primis per la discendenza di Matteo de Nora, il capo della spedizione di Emirates. Ghiotta, per non dire ghiottissima, era l’occasione che si presentava per il giovane timoniere Peter Burling: 26 anni compiuti, due medaglie ai giochi olimpici – argento a Londra nel 2012, oro a Rio – e la possibilità di toccare il cielo con un dito laureandosi il più giovane ad alzare l’America’s Cup – soffiando il record proprio al rivale James Spithill, che sette anni fa l’aveva alzata a Valencia a 31 anni. Spithill si presentava a Bermuda per difendere il titolo di quattro anni prima guidato da un vero fuoriclasse dell’acqua, quel Russell Coutts che di America’s Cup ne ha disputate e vinte più d’una. Il tifo, o per meglio dire le simpatie extra gareggianti, erano tutte per Emirates. Non sono infatti andate giù a molti le nuove regole imposte dagli americani in vista dell’edizione numero 35 – con catamarani mai così leggeri – così come quelle già formulate per quella successiva, prevista in via ancora teorica nel 2019. La missione per i kiwi era quindi quella di vendicare la lezione patita nel 2013, quando la clamorosa rimonta statunitense in finale aveva strozzato in gola l’urlo di un’intera nazione, costringendola a chiudere amaramente i sogni nel cassetto. Bandiere al vento, acque agitate, e una sola regola: quindici gare sulla carta, il primo che ne vince 7 si porta a casa il trofeo.

Il primo weekend di regate è stato un vero e proprio capolavoro da parte di Burling e Ashby. Dimenticate le partenze in sordina che avevano caratterizzato le semifinali contro la Svezia, il catamarano di Emirates ha spinto a mille, e con pochi momenti di sbavature – a differenza del palpabile nervosismo del team USA – lo score alla domenica sera parla già chiaro: 3-0, cancellato anche il punto di vantaggio del Round Robin ad Oracle in virtù della vittoria contro i kiwi nelle qualificazioni, e spauracchio inizialmente regolato. La competizione è stata quasi del tutto assente: tra gli assetti dell’imbarcazione e la capacità di volgere a proprio favore le situazioni di vento leggero, oltre all’intuizione tutta italiana di generare potenza tramite le pedalate anziché con i giri di braccia (dotandosi di quattro ciclisti anziché di altrettanti grinder), a Coutts e Spithill non è rimasto altro che ammettere la superiorità neozelandese senza però alzare bandiera bianca. L’agonismo e il senso della competizione made in USA, del resto, non contempla una resa senza provarci, cosicché ai capi della spedizione statunitense non è rimasto che ricordare la rimonta di quattro anni prima sperando che riemergessero antichi fantasmi nell’armadio del team NZ. Niente è impossibile e certe pagine di sport sono lì a ricordarcelo, ma questa volta dall’altra parte c’era un team agguerrito e più affamato di vittoria, per nulla disposto a passare attraverso un nuovo capitombolo.

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Va detto che un’altra grande intuizione da parte dello skipper Glenn Ashby è stata studiare le performance della barca grazie al drone di un surfista e videomaker americano, invitato a prendere parte alla missione con la tecnologia in grado di seguire da vicino i movimenti e le evoluzioni tecniche a seconda delle diverse condizioni di acqua e vento. Insomma, la voglia di vincere e di riportare il trofeo nell’emisfero australe ha spinto Emirates ha far ricorso a ogni possibile invenzione, garantendo il giusto mix di spavalderia ed entusiasmo necessario utile sia a forgiare un equipaggio giovane, sia a vincere sul piano della strategia e dell’intelligenza tattica anche nei momenti di appannamento, specie quando dall’altra parte c’erano avversari non certo noti per la loro bontà d’animo. Si vince anche così, e mai come in questo caso la vittoria ha avuto un sapore ancora più dolce. Messi da parte i pensieri di un nuovo comeback, cancellati i ricordi delle sconfitte nelle regate di qualificazione, il Team Emirates si è ripresentato in acqua con la stessa determinazione, portando a casa il primo punto del secondo weekend e salendo 4-0 nel confronto. Solo la smisurata voglia di non chiudere con un cappotto è riuscita a smuovere la casellina di Oracle, che ha portato a casa la quinta regata tagliando il traguardo con un centinaio di metri di vantaggio e posticipando la sconfitta almeno fino al lunedì. L’inerzia della finale rimaneva però difficile da invertire, e così infatti non è stato. Lo skipper di Emirates ha saputo condurre in porto anche le due gare successive, rimettendo Oracle a una distanza di sicurezza e regalandosi la possibilità di una serie di match point davvero notevole. Nonostante qualche bel testa a testa il catamarano neozelandese si è dimostrato ancora troppo veloce per gli americani, e il discorso vittoria è stato quindi messo in cassaforte. La regata che ha sancito il 7-1 finale è stata la classica ciliegina sulla torta di una serie vissuta da protagonisti dalla prima all’ultima giornata, concedendo il punto d’onore ad Oracle quando il grosso del lavoro era già stato compiuto. Un risultato che ha mandato in visibilio un’intera nazione di sportivi tanto tosti quanto solari, e che ha celebrato il nuovo record di Peter Burling timoniere più giovane a vincere la coppa.

In conclusione

Ora non resta che guardare al 2021 e alla sfida della rientrante Luna Rossa, e aspettare di vedere quali novità saranno introdotte nuovamente per ridare all’America’s Cup quel fascino old school che negli ultimi anni è stato rimpiazzato da innovazioni giudicate eccessive. Appuntamento quindi in Nuova Zelanda tra qualche anno, verosimilmente ancora in tempo per assistere alla fine dei festeggiamenti.

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